Città di Vico EquenseCittà di Vico Equense

Gaetano Filangieri

Gaetano FilangieriTerzogenito di Cesare Filangieri, principe di Arianiello, e di Marianna Montalto, figlia del duca di Fragnito, nacque il 22 di agosto del 1753 a San Sebastiano di Napoli poi San Sebastiano al Vesuvio. Fu avviato dal padre alla carriera militare sin dall’età di sette anni, ma ben presto iniziò a dedicarsi agli studi storici e giuridici, conseguendo nel 1774 la laurea in avvocatura. La sua eloquenza e la sua profonda conoscenza giuridica lo resero ben visto alla corte di Carlo III di Borbone, in particolare per la sua difesa del decreto reale che riformava gli abusi dell’amministrazione della giustizia.

Cava de’ Tirreni, Villa Eva in una cartolina del 1920 circa. Dal 1777 fu al servizio di Ferdinando IV di Borbone, di cui fu gentiluomo di camera. Divenne poi ufficiale del Real Corpo dei Volontari di Marina. Nel 1783 abbandonò la carriera militare. Lo zio Serafino alla morte (1782) gli aveva lasciato la commenda costantiniana del priorato di S. Antonio di Sarno con le relative rendite. Sposò poi la dama ungherese Caroline Frendel (che gli dette due figli, Carlo e Roberto), giunta a Napoli al seguito di Maria Carolina e divenuta istitutrice della secondogenita della coppia reale. Dopo il matrimonio, nell’estate del 1783 decise di lasciare Napoli, per trasferirsi alla Cava.

Dimorò a Villa Eva immersa tra il verde in modo da poter studiare e scrivere nel “dilettevole silenzio della campagna”, dove elaborò la celebre Scienza della Legislazione. La villa era di proprietà della famiglia Carraturo a cui apparteneva il canonico Andrea professore di Sacra Teologia, storico di grande erudizione che fu amico ed estimatore del Filangieri. La figura di Gaetano Filangieri è strettamente legata alla città di Cava, che diventò, nel biennio 1786-87, un luogo di “pellegrinaggio” di personaggi colti di tutta Europa.[1] Nel 1787 rientrò a Napoli chiamato al Supremo Consiglio di finanza retto da Giambattista Albertini, principe di Cimitile.

Morì malato di tubercolosi a Vico Equense nel Castello Giusso il 21 luglio 1788 e fu sepolto nell’ex Cattedrale della Santissima Annunziata (a quel tempo cattedrale) della stessa cittadina. Fu iniziato in massoneria in una loggia napoletana di costituzione inglese. Ebbe solenni funerali massonici, celebrati da Domenico Cirillo, Mario Pagano, Donato Tommasi e Giuseppe Leonardo Albanese, ai quali parteciparono delegazioni di tutte le logge napoletane di obbedienza inglese[2].

La Scienza della Legislazione

La Scienza della Legislazione è un’opera di alto ed innovativo valore europeo[3] in materia di filosofia del diritto[4] e teoria della giurisprudenza. In quest’opera che fu così apprezzata per la sobrietà della critica e per la concreta esposizione sul piano giuridico[5], Filangieri espose un pensiero frutto della grande cultura napoletana[6] antecedente all’Unità d’Italia, rappresentata in particolare da Giambattista Vico e da Pietro Giannone, che interpolò con le teorie dei filosofi francesi, in particolare con le dottrine di Montesquieu e soprattutto di Rousseau.Fu pubblicata a partire dal 1780 in sette volumi e una parte uscì postuma (l’indice e parte del libro V). La Scienza della Legislazione porta alla luce le ingiustizie sociali che affliggevano anche la Napoli borbonica come le tante altre capitali europee (Parigi, Londra, San Pietroburgo, ecc.) pervasa dal lusso sfrenato dei privilegi feudali di aristocrazia e clero sfruttatori del popolo[7]; al tempo stesso essa chiede alla Corona di farsi portatrice di una “rivoluzione pacifica”, una sorta di modello di monarchia illuminata, secondo i canoni illuministici[8], da conseguire attraverso una seria azione riformatrice da attuarsi sugli strumenti giuridici. Importanti[9] l’affermazione dell’esigenza di attuare una codificazione delle leggi[10] e di una riforma progressiva dalla procedura penale, la necessità di operare una equa ripartizione delle proprietà terriere[11] ed anche un miglioramento qualitativo dell’educazione pubblica oltre ad un suo rafforzamento su quella privata.

Per ciò che attiene al diritto criminale, nell’opera Filangieri dà un’innovativa definizione di delitto: «Non tutte le azioni contrarie alle leggi sono delitti, non tutti coloro che le commettono sono delinquenti. L’azione disgiunta dalla volontà non è imputabile; la volontà disgiunta dall’azione non è punibile. Il delitto consiste dunque nella violazione della legge accompagnata dalla volontà di violarla»[12].L’opera fu tradotta[13] in inglese, in francese[14], in tedesco, in spagnolo[15] e rappresentò anche uno dei modelli ispiratori per Benjamin Franklin e per la Costituzione americana. La fortuna dell’opera fu vastissima sul continente europeo[16] ed oltre[17]. Fu messa all’Indice dalla Chiesa cattolica nel 1784, per le sue idee riformatrici e per i suoi attacchi ai diritti del clero.

Opere e scritti nelle principali edizioni

  • Riflessioni politiche su l’ultima legge del sovrano, che riguarda la riforma dell’amministrazione della giustizia, Napoli 1774
  • La scienza della legislazione, Napoli 17801785
  • Reflexiones sobre la libertad del comercio de frutos, Madrid 1784
  • Il mondo nuovo e le virtù civili: l’epistolario di Gaetano Filangieri 1772-1788, Napoli 1999

Fonte: Wikipedia


Giambattista_della_PortaGiovanni Battista Della Porta

indicato anche come Giambattista o Giovambattista Della Porta (Vico Equense, 1º novembre 1535Napoli, 4 febbraio 1615), è stato un filosofo, alchimista, commediografo e scienziato italiano.

Edizione De humana physiognomonia, Vico Equense, Giuseppe Cacchi, 1586.

I primi vent’anni

Terzo figlio di Nardo Antonio e di una patrizia della famiglia Spadafora, ricevette le basi della sua formazione culturale in casa, dove si era soliti discutere di questioni scientifiche, e dimostrò immediatamente le sue notevoli innate capacità, che poté sviluppare attraverso gli studi grazie alle condizioni agiate della famiglia: il padre era infatti proprietario terriero e armatore di navi. Prima il padre e poi il fratello maggiore Gian Vincenzo ebbero a partire dal 1541 la carica di scrivano di mandamento.

La famiglia aveva una casa a Napoli a via Toledo (il palazzo Della Porta), una villa a Due Porte, nelle colline intorno a Napoli, e la “villa delle Pradelle” (Vico Equense). Tra i suoi maestri vi furono il classicista e alchimista Domenico Pizzimenti, e i filosofi e medici Donato Antonio Altomare e Giovanni Antonio Pisano.

I viaggi e l’Academia secretorum naturae

 Frontespizio del De aeris transmutationibus

Nel 1558 pubblicò il Magiae Naturalis, nel 1563 un’opera di crittografia, il De Furtivis Literarum Notis, nel quale descrive il primo esempio di sostituzione poligrafica cifrata con accenni al concetto di sostituzione polialfabetica.[1]Per quest’opera è ritenuto il maggiore crittografo del Rinascimento.

In questo periodo, quando già la sua fama si era consolidata, presentò il suo libro sulla crittografia al re Filippo II di Spagna e viaggiò anche in Francia e in Italia.

Del 1566 è una pubblicazione sull’Arte del ricordare, ripubblicato poi nell’originario latino nel 1602.

Della Porta aveva fondato l’Academia Secretorum Naturae (Accademia dei Segreti), per appartenere alla quale era necessario dimostrare di aver effettuato una nuova scoperta scientifica, sconosciuta al resto dell’umanità, nell’ambito delle Scienze naturali; l’accento veniva tuttavia posto più sul meraviglioso che sul metodo scientifico. L’Accademia fu sospettata di occuparsi di argomenti occulti e Della Porta fu indagato dall’Inquisizione nel 1579 e l’Accademia fu chiusa per ordine papale: a Della Porta fu tuttavia concesso di continuare gli studi di scienze naturali. Tra il 1579 e il 1581 fu ospitato a Roma e quindi a Venezia e a Ferrara dal cardinale Luigi d’Este.

Nel 1583 pubblicò il trattato Pomarium sulla coltivazione degli alberi da frutta e l’anno seguente un Olivetum, più tardi inclusi nella sua enciclopedia sull’agricoltura. Sempre nel 1583 pubblica Phytognomonica, curioso trattato sulla proprietà delle piante raffrontate con le varie parti del corpo umano. Nel 1586 pubblicò presso l’editore J. Cacchi di Vico Equense l’opera De humana physiognomonia in 4 libri sulla Fisiognomica, dedicato al cardinale Luigi d’Este, che influenzerà poi l’opera dello svizzero Johann Kaspar Lavater (1741-1801). Nel 1599 presso l’editore Tarquinio Longo di Napoli pubblicò la seconda edizione allargata a 6 libri con ampio rimaneggiamento della materia. La sua opera Fitognomica (1588) elenca le piante a seconda della localizzazione geografica.

Nel 1589 la sua casa fu frequentata da Tommaso Campanella e nel 1592 rinnovò in un nuovo soggiorno a Venezia l’amicizia con Paolo Sarpi e forse conobbe anche Giordano Bruno prima del suo incarceramento. Da questa data per ordine dell’inquisitore veneziano Della Porta dovette richiedere il permesso per le sue pubblicazioni a Roma. Nel 1593 si incontrò a Padova con Paolo Sarpi e con Galileo. Nel 1601 ricevette a Napoli il nobiluomo francese Nicolas-Claude Fabri de Peiresc. Nel 1603 incontrò il giovane Federico Cesi e fu invitato a Praga dall’imperatore Rodolfo II, al quale dedicò il trattato sulla Taumatologia, ora perduto.

Scrisse ancora di ottica (De refractione optices, del 1589), di agricoltura (Villae, del 1592), di astronomia (Coelestis physiognomoniae del 1601), di idraulica e matematica (Pneumaticorum, del 1602), di arte militare (De munitione, del 1606), di meteorologia (De aeris transmutationibus, del 1609), e di chimica (De distillatione del 1610). L’opera sulla lettura della mano (Chirofisonomia), scritta nel 1581 sarà pubblicata solo molto dopo la sua morte nel 1677.

Gli ultimi anni

Nel 1610 fu invitato a far parte dell’Accademia dei Lincei, appena fondata da Federico Cesi. Rivendicò senza troppa convinzione una paternità sull’invenzione del telescopio, resa nota in quegli anni da Galileo, anch’egli membro dell’Accademia dal 1611. Fece forse parte anche di un’accademia letteraria dedicata alla letteratura dialettale napoletana (Schirchiate de lo Mandracchio e ‘Mprovesante de lo Cerriglio), che sappiamo attiva nel 1614, e dell’Accademia degli Oziosi, di drammaturghi, iniziata ufficialmente nel 1611, di cui faceva parte anche il viceré spagnolo (Pedro Fernando deo Castro, conte di Lemos).

Nei suoi tardi anni raccolse esemplari rari del mondo naturale e coltivò piante esotiche. Il suo museo privato era visitato dai viaggiatori e fu uno dei primi esempi di Museo di storia naturale, ispirando il gesuita Athanasius Kircher a radunare una simile collezione a Roma. Anche il fratello Gian Vincenzo aveva raccolto una collezione di libri, marmi e statue, mentre l’altro fratello Gian Ferrante, morto in giovane età, aveva lasciato una collezione di cristalli ed esemplari geologici, più tardi venduta.

Fu anche commediografo e scrisse 14 commedie in prosa, una tragicommedia, una tragedia e un dramma liturgico, che divennero fonte di numerose opere del successivo XVII secolo. Sei titoli di Della Porta erano presenti nella biblioteca di Sir Thomas Browne.

Edizioni

  • Giovanni Battista Della Porta, De humana physiognomonia, Vico Equense, Giuseppe Cacchi, 1586.
  • Giovanni Battista Della Porta, Phytognomonica, Napoli, Orazio Salviani, 1588.
  • Giovanni Battista Della Porta, Pneumaticorum libri tres, Napoli, Giovanni Giacomo Carlino, 1601.
  • Giovanni Battista Della Porta, De distillatione, Roma, Stamperia Camerale, 1608.
  • Giovanni Battista Della Porta, Della chirofisonomia, Napoli, Antonio Bulifon, 1677.
  • Giovanni Battista Della Porta, Le commedie, a cura di Vincenzo Spampanato, vol. 1, Bari, Laterza, 1910.
  • Giovanni Battista Della Porta, Le commedie, a cura di Vincenzo Spampanato, vol. 2, Bari, Laterza, 1911.

Giambattista Vico

Giambattista VicoVico nacque a Napoli il 23 giugno 1668 da famiglia di modeste condizioni economiche [1], la qual cosa non gli impedì di avviarsi agli studi e via via approfondirli. All’età di 18 anni lo troviamo come precettore dei figli del marchese di Vatolla, nel Cilento, dove rimase fino al 1694. Avendo a disposizione i tanti volumi della biblioteca del castello, si dedicò allo studio dei classici e delle opere erudite: il suo campo d’interesse spaziava dalla grammatica alla filosofia, dalla letteratura al diritto. Contemporaneamente riuscì a frequentare l’Università, e si laureò in giurisprudenza nel 1694. Si trasferì quindi a Napoli dove aprì un studio privato di retorica e esercitò l’avvocatura.

Nel 1699 si sposò, ed ottenne la cattedra universitaria di Eloquenza, che mantenne per 45 anni, fino alla morte. Non riuscirà mai, invece, ad avere l’ambita (e meglio remunerata) cattedra di Giurisprudenza. La frustrazione per la mancata piena realizzazione nella carriera accademica, in cui aveva sperato, influì non poco all’isolamento intellettuale nel quale Vico è vissuto. Ma seppe considerare con saggezza le frustrazioni della vita come uno sprone verso qualcosa di più alto. Le ragioni di avversione alla cultura contemporanea avevano un fondamento filosofico, e non certo nel risentimento! Egli riteneva infatti che la cultura del suo tempo avrebbe condotto, magari senza intenzionalità, alla “nuova barbarie della riflessione“, come al tempo del basso Impero Romano e alla sua conseguente caduta.

Di riflesso, durante tutta la sua esistenza le sue idee e le sue opere ebbero una diffusione molto limitata [2]. Vico rimase pressoché sconosciuto per tutto il ‘700, per essere poi fu rivalutato nell’800 e soprattutto nel ‘900.

Il pensiero di Vico fa il suo esordio nel 1708, in occasione dell’apertura del nuovo anno accademico. Vico pronunciò l’orazione De nostri temporis studiorum ratione [3], nella quale egli comincia a denunciare i limiti del metodo elaborato da Cartesio [4] (la ragione, la critica e la dimostrazione), cui contrappone l’ingegno, l’umanesimo e l’inventiva.

Nel 1710 entrò a far parte dell’accademia Arcadia e pubblicò il De antiquissima Italorum sapientia ex linguae latinae originibus eruenda. Seguono opere di carattere giuridico: Sinopsi del diritto universale (1720), De uno universi juris principio et fine uno (1720) e il De constantia philologiae.

Nel 1725 pubblicò un compendio [5] – per l’impossibilità di pagare l’edizione completa – de I Princìpj di una scienza nuova d’intorno alla natura delle nazioni, la sua opera più famosa, conosciuta comunemente come Scienza Nuova [6], in cui Vico elesse la storia a vera scienza.

In quel periodo scrisse l’autobiografia “Vita di Giambattista Vico scritta da se medesimo” in cui riconosce come suoi maestri quattro pensatori; Platone, il grande filosofo dell’antichità, del cui pensiero egli riprende la natura ideale dell’uomo; Tacito, il più grande storico romano, da cui Vico attinge la concretezza storica nella trattazione delle vicende umane; Bacone, il filosofo fondatore del metodo empirico; Huig de Groot [7], il fondatore del diritto internazionale basato sull’affermazione dell’esistenza di un diritto naturale condiviso da tutte le genti.

Si può affermare che sul Vico abbiano inciso anche il pensiero di materialisti e naturalisti come Lucrezio, Machiavelli e Spinoza. In effetti, la genialità di Vico è consistita proprio nel saper integrare pensieri diversi in una filosofia “umanistica”.

Nel 1735, divenne storiografo regio. Morì a Napoli il 23 gennaio del 1744.

Fonte: Il Portale del Sud